ASCENSIONE DEL SIGNORE /A

Nel giorno in cui celebriamo la solennità dell’Ascensione, anche noi vogliamo accogliere l’invito che Gesù fa ai suoi discepoli di recarsi in Galilea. Il Maestro sceglie per il suo ultimo saluto il luogo dove tutto era iniziato, e in modo particolare il monte, il punto più alto dove la terra incontra il cielo. Al vedere Gesù, i discepoli si prostrano a terra, ma l’evangelista Matteo subito aggiunge che essi «però dubitarono». Credo che questa condizione sia comune in tanti di noi: credere in Gesù ma allo stesso tempo dubitare di Lui, perché tante volte non riusciamo a capire o a percepire la sua presenza nella nostra vita. Ma dubitare non vuol dire non credere ma avere una fede che si interroga, un cuore che non è né sordo né cieco rispetto a quello che accade attorno. Ecco perché il dubbio è una condizione necessaria, direi essenziale, per la maturazione della fede. Non dobbiamo aver paura di dubitare, ma neanche dobbiamo lasciare che il dubbio prenda il sopravvento nella nostra vita di fede. Il dubbio è soltanto lo stimolo iniziale per la ricerca, per l’approfondimento, per la lettura meditata della Parola, per l’incontro con Gesù nella preghiera. Vissuto così, il dubbio non diventa una fragilità ma, come ci ricorda San Tommaso, un’occasione per toccare ed entrare nel mistero di Dio.

È bello pensare che Gesù, prima di lasciare la terra, non aspetti che i suoi discepoli siano perfetti e pronti alla missione che desidera affidargli. Si fida di quegli undici uomini impauriti e confusi, ma profondamente innamorati di Lui. È proprio a questi uomini che dubitano, alla nostra fragilità, che il Maestro affida il mondo e il Vangelo. Con un atto di enorme fiducia, Gesù crede in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi. Ci spinge a pensare in grande, a guardare lontano.

A volte però, corriamo il rischio di restare, come i discepoli, con il naso all’insù, guardando sempre e solo il cielo. Sono le parole degli angeli della prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, a dare la chiave interpretativa dell’Ascensione di Gesù: «Uomini di Galilea perché continuate a guardare il cielo?». Quasi a dire: Sveglia! Non guardate solo il cielo, guardate in terra, guardate la concretezza dell’annuncio. Ci sono dei cristiani che vivono con la testa fra le nuvole, non perché sono distratti, ma perché sembrano vivere in un’altra dimensione, tutta solo spirituale, staccati dalla realtà. Il cristiano è uno che ha lo sguardo verso il cielo ma i piedi per terra.
Gesù oggi non ci ha convocato a Gerusalemme, nel grande Tempio, ma in Galilea, in una terra di confine, in mezzo a tanti stranieri e a quelli che i farisei etichettavano come infedeli. A quei tempi, infatti, dare del galileo ad una persona era un insulto. Eppure è qui, alla frontiera, nella periferia, che Gesù chiede ai suoi di annunciare tutto quello che gli ha comandato, di fare discepoli tutti i popoli.
Con quale scopo? Fare proseliti? No, è un contagio, un’epidemia d’amore sparsa sulla terra. Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate ad amare, immergete le persone nella vita di Dio. Quel «battezzate» non significa solo versare un po’ d’acqua sul capo delle persone, ma immergere ogni uomo in Dio affinché si lasci sommergere dal Suo amore.

Certo, sappiamo quanto è difficile annunciare Dio, innanzitutto con la coerenza della nostra vita, ma c’è un passaggio sorprendente nelle parole di Gesù oggi: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra… Andate dunque». Padre Ermes Ronchi fa notare che quel «dunque» di per sé è illogico. Gesù non dice: ho il potere e dunque faccio questo e quest’altro. Ma dice: io ho ogni potere e dunque voi fate.
Quel «dunque» perciò è bellissimo: per Gesù è naturale che ogni cosa sua sia nostra. Tutto: la sua vita, la sua morte, la sua forza è per noi! Cosa abbiamo fatto per meritarcelo? Proprio nulla: siamo al centro di un amore senza ragione. D’altronde cosa ha comandato Gesù se non l’amore? Il suo comando per noi oggi è: insegnate a tutti l’amore. Insegnategli prima a lasciarsi amare e poi a donare amore. Qui è tutto il Vangelo, qui è tutto l’uomo. Se faremo questo tutti i giorni, in tutti i nostri incontri, allora l’Ascensione non sarà confusa con la memoria di Gesù che ci lascia, ma sarà la festa continua della sua presenza in ogni uomo, perché realmente possiamo sentire nel nostro cuore che il Signore è con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Buon cammino, insieme.

Posted by:don Ivan Licinio

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