V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO /A

Voi siete sale della terra; voi siete luce del mondo.

Voi siete il sapore e la bellezza.

Dove c’è il sale c’è gusto. Se il sale siamo noi, allora dobbiamo dare gusto alle parole che usiamo, alle cose che facciamo, alla vita che spendiamo su questa terra. Essere sale significa essere preziosi: nell’antichità il sale veniva utilizzato come paga (salario) e avere un giacimento di sale nel proprio regno era come avere un giacimento di petrolio oggi.

Così la luce. Dove c’è luce non c’è paura; dove c’è luce c’è colore. La luce vince il buio e indica la strada. Anche essere luce, perciò, significa essere preziosi. Incontrare una persona solare è una benedizione.

Siamo sale e luce. Siamo preziosi agli occhi di Dio! Ma non preziosi nel senso di essere conservati in credenza per non essere usati. Il sale da solo non serve a niente, così come la lanterna sotto il moggio. Eppure c’è questo rischio: restare chiusi nelle saliere o chiusi in un moggio a fare da ornamento nelle stanze del mondo. Eh già. Oggi dobbiamo scegliere se restarcene chiusi nelle nostre belle chiese, nei nostri movimenti, associazioni e gruppi o se vogliamo mescolarci con il mondo. È comodo starsene nelle saliere, non richiede sacrificio. Fra chicchi di sale ci si conosce tutti; stiamo tutti insieme, la pensiamo allo stesso modo e vediamo le cose allo stesso modo. Che problema c’è?

C’è una parte del mondo che ci vorrebbe proprio così: innocui, chiusi nelle saliere mentre tutto continua a perdere di sapore, o acquista un sapore diverso, insipido. Come c’è chi ci vorrebbe come quelle luci che non illuminano ma sono solo di ornamento, belle lampade che si abbinano all’arredamento ma non servono a niente.

La Chiesa, invece, è una lampada che arde nel buio ed è una grande saliera che ha la potenzialità di dare o ridare gusto alla vita. Ma non un sapore fra tanti, ma il sapore del Vangelo di Gesù Cristo. Gustate e vedete come è buono il Signore! (Sal 33)

Siamo invitati perciò a uscire dalle saliere per testimoniare la bontà di Dio per tutti gli uomini. Una testimonianza che, come fa il sale, deve incontrare la diversità e la moltitudine della vita per mescolarsi, dare sapore e poi scomparire. Quando c’è il sale lo senti, ma non lo vedi. Se cediamo a compromessi, se testimoniamo noi stessi e non il Vangelo, se ci lasciamo prendere dalle abitudini o cadiamo nel buonismo, allora perdiamo la capacità di salare e a null’altro serviamo che ad essere gettati via e calpestati dalla gente. 

A noi la scelta: essere sale per ridare gusto alla nostra vita e al mondo, essere luce per vincere la paura e le tenebre del male, oppure restare comodamente ma inutilmente chiusi nelle saliere o essere come lampade accese sotto gli sgabelli sui quali poggiano i piedi i potenti di turno.

Questo è tempo per cristiani forti. Per quei cristiani che non si vergognano della loro fede. Abbiamo bisogno di una fede capace di incidere sulla vita, capace di cambiare la storia dal di dentro. Non importa se sei solo un chicco di sale o una semplice fiammella: sala e illumina quello che hai intorno! Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Posted by:don Ivan Licinio

2 risposte a "Non è tempo di saliere"

  1. APPASSIONATAMENTE

    di Fausto Corsetti

    Facendo ritorno da una camminata, magari attraverso campi o boschi, gli occhi conservano dentro in modo prolungato immagini, spazi, emozioni, colori. Lo sguardo brilla, parla, comunica, riflette.
    Quanto è stato osservato, vissuto, continua ad essere presente. Anche se lo sguardo si concentra sul percorso del rientro, rimangono segnate, come in sovrimpressione, immagini uniche ed evocative.
    Vibrazioni interiori – quelle che nascono dentro inattese, impreviste – di una fecondità inesauribile. Camminando per sottoboschi, il rumore dei propri passi dà voce a storie trapassate, narrate da foglie e ramaglie, che hanno avuto l’ardire di sfidare piogge e temporali estivi tremendi e che rievocano forze indicibili che hanno saputo, potuto sopravvivere a calure capaci di fiaccare anche le tempre più tenaci. C’è un prima e un poi. Un avviarsi e un tornare. Comunque un andare, che ha bisogno di sogni, di mete, di desideri, di contatti, di giorni nuovi.
    Parlare e sognare di giorni futuri, migliori…
    Seguendo la suggestione delle vibrazioni e delle parole-poesia disseminate lungo il sentiero del ritorno al feriale, giardino del quotidiano esistere, diventa possibile interrogare ancorché rispondere, interpellare piuttosto che risolvere, lasciarsi avvicinare anziché distinguere, comprendere senza separare, lasciarsi toccare senza più accontentarsi di guardare a distanza.
    Se nulla ti tocca, nulla ti può dare gioia. Non nasce dal nulla la gioia, la festa interiore, ma dalla passione, dall’incontro, dal contatto tra ciò che è altro e il fiume profondo che scorre dentro alla ricerca irrefrenabile delle acque grandi che danno sapore, conoscenza, spazio, prospettiva.
    Vibrare, dunque. Lasciarsi riscaldare. Alimentare quel fuoco che non consuma. Udenti e sordi potranno percepire suggestioni capaci di vedere suoni, di udire movimenti, di leggere silenzi, di cantare colori.
    L’estate può finire, la sera può arrivare, il viaggiatore può tornare: ma proprio nell’ordinario si cela il fuoco che accende i sogni, solo nel quotidiano acquista spessore la gioia, come una scala di fuoco musicale che accarezza e infiamma tutto ciò che può apparire feriale e abituale. Ma nulla è più tale se il fuoco accende, tocca, avvolge, colora e spezza quei silenzi e quelle solitudini che negano l’incontro.
    Scoprire l’insolito sotto il familiare, svelare l’inspiegabile sotto il quotidiano. Essere inquieto per ogni cosa abituale.
    Inquieti, dunque, ma appassionati, coinvolti, toccati dalla vita che ci scorre dentro e attorno. Saper “vibrare” per quanto ci è dato di vedere, conoscere, imparare, custodire, offrire. Se nulla ci inquieta, se nulla ci infuoca, nulla può renderci felici.

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