Il messaggio di Papa Francesco per la 51° giornata mondiale delle comunicazioni sociali è un forte stimolo per la riflessione di tutti quelli che, a vario titolo, utilizzano i mezzi di comunicazione sociale, nei quali rientrano, oltre alla stampa, anche i social network.

L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false. Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr Cassiano il Romano, Lettera a Leonzio Igumeno).

A volte sembra che non abbiamo la possibilità di decidere cosa pubblicare o no. Obbligati a mostrare tutto, a condividere per esistere, alcune bacheche non raccontano niente dei loro proprietari ma sono un’accozzaglia di luoghi comuni, bufale, link cosiddetti divertenti, gif e citazioni di altri.

Nel liceo più grande della città sto portando avanti, con la Pastorale Giovanile, un progetto sul corretto uso dei social. Parlando con i ragazzi mi ha stupito notare che ormai Facebook non è più di moda e che il 90% di loro alla classica domanda “A cosa stai pensando?” risponde con aforismi e citazioni di canzoni. C’è una sorta di analfabetizzazione digitale per cui sembra che i giovani non siano in grado di scrivere e descrivere quello che provano se non con le parole degli altri. Figuriamoci se dovessero confrontarsi con i 140 caratteri di Twitter! Risulta molto più semplice, invece, condividere una foto o un  selfie. Infatti Snapchat e Instagram restano i social più popolari e seguiti. Ma anche le foto vengono accompagnate da didascalie tratte da canzoni e film.

Questa analfabetizzazione digitale sembra riportarci indietro di molto, a quando si affrescavano le Chiese con scene bibliche per permettere a quelli che non sapevano né leggere né scrivere di conoscere le Sacre Scritture. Penso agli affreschi di Giotto ad Assisi che certamente non sono paragonabili ai selfie, ma sono testimonianza della stessa tendenza di oggi a raccontarsi per immagini.

Anche il Papa riconosce l’importanza delle immagini riferendosi alle parabole che Gesù usava per parlare del Regno. Immagini letterarie, ma pur sempre immagini.

Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso.

Devo dire che questo passaggio del messaggio di Papa Francesco mi conforta tanto, così come credo conforti tutti quelli che utilizzano gli strumenti di comunicazione sociale per gettare il seme del Regno con le modalità più congeniali della pastorale digitale. Essere cristiani in rete oggi significa ripensare a quella rete che va gettate per essere pescatori di uomini. Bisogna abitare gli strumenti di comunicazioni sociale per essere fedeli al comando di Gesù di gridare dai moderni tetti del mondo la buona notizia di sempre: Dio ci ama! (cfr Mt 10,27b). Ma non sempre, anche all’interno della realtà ecclesiale, chi pratica la pastorale digitale viene capito o incoraggiato. Molte volte si considera una perdita di tempo o un accessorio non indispensabile dell’azione ecclesiale. Comportarsi così significa non saper leggere i segni tempi. Bisogna, invece, utilizzare le giuste lenti per saper leggere una determinata realtà. E, come ricorda Papa Francesco, «per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza: il «Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1)». Questi occhiali vanno usati anche quando si legge il mondo digitale, perché, a ben vedere, vi si trova sempre l’uomo con la sua storia e le sue domande. E dove c’è l’uomo non può che esserci la Chiesa, perché dove c’è l’uomo c’è Dio.

Credo perciò che uno dei compiti della Chiesa nell’era digitale sia quello di fare in modo che Dio trovi un posto nello spazio virtuale. Senza mai dimenticare che i social media sono uno mezzo e mai un fine, non si può lasciare questo frequentatissimo non-luogo privo della Buona Notizia.

Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione.

Perciò non ci resta che seminare e avere fiducia nel seme del Regno. Senza arroganza, né facendo discorsi di immagine, ma con l’umiltà del seme. Segue questa scia anche la scelta del nome del blog, perché il seme ha in sé una forza straordinaria, ma resta piccolo e nascosto. Solo quando muore manifesta la sua radicale potenzialità.

Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27). Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.

Posted by:don Ivan Licinio

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