Posò gli occhiali sul tavolino del bar e con la mano si accarezzò la barba come se da un momento all’altro la risposta spuntasse sulle punte delle sue dita. Avevo chiesto al vecchio professore qual era l’insoddisfazione più grande della sua lunga vita. Sembrava in difficoltà.
A dire il vero, anche io mi ero meravigliato di aver fatto una domanda del genere; non è mio solito chiedere delle cose così profonde, né tantomeno ad una persona che avevo imparato a conoscere meglio solo da qualche giorno. Ma il professore mi aveva colpito perché era uno di quegli uomini che hanno sempre una risposta e che sembrano custodire l’antica logica del susseguirsi delle cose.
«Sai – disse guardando verso un punto indefinito – Aristotele diceva che è nella natura del desiderio di non poter essere soddisfatto, e la maggior parte degli uomini vive solo per soddisfarlo. Perciò – e qui puntò di nuovo i suoi occhi rugati di azzurro dritto nei miei – credo che la domanda sia un’altra».
Avevo capito dove voleva arrivare a parare. Nonostante fosse in pensione già da tempo, non aveva perso il suo stile da interrogazione. Allora provai a puntare oltre la sufficienza.
«Quindi, se non ho capito male, la vera domanda sarebbe non sull’insoddisfazione ma su qual è il nostro desiderio più grande. Giusto?».
«Bene – sorso di caffè –  Posta così potrei risponderti che il mio desiderio più grande è anche la mia insoddisfazione più grande». E ritornò a guardare lontano. «Ho sempre desiderato di essere quello che non sono».
A questo punto mi aveva bloccato. Il vecchio professore di filosofia aveva impresso quella risposta in una lapide. Decisi di prender tempo lanciandomi sul mio aperol, ma non mi ero accorto che il suo sguardo aveva già da tempo cambiato direzione e che ora indugiava sulla mia bocca, aspettando cosa avessi da ridire.
«E come fa a dire che, nel frattempo, lei non sia diventato quello che desiderava essere?». Per un attimo pensai di averlo spiazzato; ma stavolta non si accarezzò la barba.
«Perché sono ancora vivo! Non essere mai soddisfatto: questo è il segreto della vita. Perché chi è soddisfatto smette di desiderare, chi smette di desiderare smette di amare e, perciò, smette di campare». E scoppiò in una risata fragorosa.
Capii che fin dall’inizio era qui che voleva portarmi; mi aveva fregato! La sufficienza me la potevo scordare ma avevo imparato una grande lezione. E cominciai a ridere con lui.
Si è fatto tardi.
Domani ci saranno i funerali del prof. Tardini.
Peccato; proprio ora che era riuscito a pubblicare una raccolta dei suoi aforismi più profondi…
La famiglia e i suoi ex alunni mi hanno chiesto di pronunciare il discorso di commiato.
L’ho finito ora.
Anche se non ne sono soddisfatto.
Posted by:don Ivan Licinio

Una risposta a "Dialogo sull’insoddisfazione"

  1. SERENITA’

    di Fausto Corsetti

    “Sono abbastanza soddisfatto di quanto ho realizzato, ma vorrei un po’ di pace, mi accontenterei di essere sereno”.
    Chissà quante volte abbiamo ascoltato una frase del genere. E già: essere sereni…
    Forse, sarebbe il caso di intenderci anzitutto sul significato della parola “serenità”.
    Il vocabolario la definisce come “assenza di turbamento interpretabile come limpida armonia spirituale”. Suggestivo ma un po’ vago. Normalmente facciamo un altro uso di questa parola che adoperiamo sovente nelle espressioni augurali: “che la tua vita scorra serenamente”, “tanti giorni sereni”, eccetera. E intendiamo con ciò invocare, per quella persona, giornate e sentimenti vissuti nella quiete e nella consapevolezza. Non siamo soliti annettere alla serenità anche il dolore. E invece possiamo ritrovarci in una situazione di dispiacere ed essere ugualmente sereni. Non mi riferisco all’imperturbabilità orientale, ma alla grandezza di un cuore che ha compreso la lezione dell’esistere in modo profondo.
    Ci sono tante occasioni di felicità: nei contatti di amicizia, nella contemplazione del bello, nella comunicazione improvvisa e a livello profondo che si instaura con una persona sconosciuta sino a poco prima, nella lettura di un testo capace di trasmetterci emozioni e suggestioni, quando ci viene tributato il riconoscimento per un lavoro ben fatto o la gratitudine per un gesto d’amore. E ci sono tante occasioni di sofferenza. Non le elenco neppure. Il segreto della serenità è comprendere che entrambe, la gioia e la sofferenza, appartengono alla dinamica della vita e che accettarle come parte essenziale di essa, senza ribellione e anche senza un cupo senso di rassegnazione, ci aiuta a sostenere le prove senza rimanerne sopraffatti, anzi mantenendoci alla guida e ricavandone un insegnamento. Possibili obiezioni: ma chi mai si ribella alla felicità o come sopportare il dolore senza rassegnazione?
    Ci ribelliamo alla felicità quando non ci adagiamo serenamente in essa, e mentre la proviamo già ci chiediamo: “Quanto durerà?”. E anche se cerchiamo di accaparrarcene più di quanto ce ne spetta: a quel punto è già diventato piacere del possesso. Una persona serena sa perfettamente che la felicità è un diritto, ma che essa ha i suoi tempi e le sue apparizioni. Non la insegue forsennatamente, ma la accoglie senza dubbi quando arriva.
    E così è per il dolore. Rassegnarsi è piegare passivamente la testa; accettarlo serenamente è comprenderne il valore, il lievito di maturazione che contiene.
    A voler essere sereni richiede una forza sovraumana e il recupero di quel sentimento straordinario della ”incoscienza” infantile, della capacità di meravigliarsi delle cose del mondo, specialmente delle più semplici. Che cosa potrà aiutarci?
    Dovremo cercare di non lasciarci catturare dalle passioni negative. Come lo scetticismo che mette in dubbio la felicità, mentre la stiamo vivendo. Come la disperazione, sempre in agguato quando siamo nel dolore.
    Infine, essere tenaci nella speranza. La speranza spiana la strada alla serenità, è la sua guida. E una persona serena ha occhi attenti e orecchie pronte a cogliere ogni più piccolo segnale che alimenti la speranza.

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