I Domenica di Quaresima

Iniziamo il cammino di Quaresima con la semplicità dell’evangelista Marco, il quale liquida l’esperienza di Gesù tentato nel deserto in pochi versetti. Ma non sono forse le cose semplici quelle più profonde, quelle che ti arrivano dritte al cuore?
Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto.
Mi sembra di vedere me da piccolo quando ero letteralmente spinto dai miei a fare sport, a cercare amicizie o a sbrigare le faccende di casa. Pure il Gesù umano sembra riluttante a fare l’esperienza del deserto, tanto da essere spinto dallo Spirito ad entrare, anche se alla fine, come tutti noi da piccoli, obbedisce alla volontà del Padre.
Entrare nel deserto significa abitare luoghi del nostro cuore che avevamo volutamente abbandonato o che avevamo dimenticato che esistessero, rendendoli perciò deserti. Luoghi resi aridi dalle nostre fragilità, dalle delusioni, dagli errori commessi, dai nostri deliri di onnipotenza. È in questi luoghi del cuore che abbiamo ceduto alle tentazioni, distruggendo la bellezza che era in noi. Ritornarci significa lottare, toccare ferite mai del tutto rimarginate, rivivere esperienze con le quali non ci siamo ancora riconciliati. È chiaro che in questi luoghi non vogliamo entrarci! Ma lo Spirito sospinge e accompagna anche noi in un cammino necessario, perché sappiamo che qualcosa della nostra vita deve necessariamente cambiare.
Se da un lato il deserto è da sempre il luogo per antonomasia delle tentazioni e della lotta, dall’altro è il luogo dove riscopriamo l’amore di Dio, che è misericordia, che è perdono autentico. Viviamo, perciò, il deserto come occasione per innamorarci di nuovo di Gesù, della sua sua compagnia ma anche per innamorarci nuovamente della bellezza della vita.
Ma come si entra nel deserto? 
Da soli. Certamente in compagnia dello Spirito, ma fondamentalmente da soli. Gesù resta nel deserto, non ci passa per caso; sceglie di fermarsi nel deserto per stare da solo. Ricavarsi nell’arco della giornata e soprattutto in questo tempo di Quaresima, dei momenti per stare da soli è un buon esercizio di deserto. Dice una canzone di Niccolò Fabi: “Io sto bene quando sto lontano da me. Allontanarsi è conoscersi”. Vivere la solitudine come occasione per stare in compagnia di Dio e riscoprire se stessi.
Perennemente collegati, raggiungibili e online siamo, invece, in compagnia del mondo. Tutti sanno dove mi trovo adesso, che sto facendo e che cosa avrò intenzione di fare tra due minuti perché se non lo posto, twitto, fotografo, condivido sembra quasi che io non esista..
Milioni di amici ma pur sempre soli. Non che sia contrario ai social, ovviamente, (visto che mi state leggendo su un blog!) ma dico: cosa c’è di sbagliato in un po’ di solitudine gratuita ogni tanto?
Noto in giro che c’è la paura di restare soli. 
Lo capisco nel malato, nell’anziano, in chi non è autosufficiente. Lo capisco nel giovane che non trova l’amore, nell’operaio che si sente abbandonato dalle istituzioni, nel compagno di classe che è emarginato magari perché è grasso, in chi non si sente compreso. Purtroppo troppo spesso tante persone sperimentano una solitudine imposta, passiva. Per non parlare di quella patologica.
Condividere è fondamentale per una civiltà ed è obbligatorio per noi cristiani, ma quando semplicemente non ci sono difficoltà serie, che c’è di male a prendere una sedia e a guardare il mare, da soli?
Depresso? Triste? Turbato?
No! Solo.
Non si tratta semplicemente di staccare la spina ogni tanto, ma di ritrovare se stessi, di riprendere possesso di ciò che realmente siamo, di ciò che è più intimo a noi stessi e che spesso dimentichiamo presi dalla continua corsa della vita. Si tratta di fare una visita all’anima. Abbiamo bisogno di ricordare chi siamo: così sapremo amare ed essere felici.
Diceva Osho Rajneesh, un filosofo indiano:

La capacità di essere soli è la capacità di amare. Potrà sembrarti paradossale, ma non lo è. È una verità esistenziale, solo le persone in grado di essere sole sono capaci di amare, di condividere, di immergersi nell’essenza più intima dell’altra persona, senza possederla, senza diventare dipendente dall’altro, senza ridurlo a un oggetto, e senza esserne assuefatto.

Penso ad un violinista, o un pianista, che affida allo strumento i suoi pensieri, lasciandosi andare, liberandosi. Ne nasce una musica nuova, fuori dai pentagrammi dell’ordinarietà, della società e delle etichette comuni. Ognuno di noi sa suonare la propria vita come un assolo ma questo non significa che, se incontra un altro musicista, non si godrà la possibilità di stare insieme e di creare un’armonia nuova.
Forse questo riflessione è stata dettata anche dal fatto che, fondamentalmente, la solitudine è una specie di deformazione professionale per noi preti.
Pure per quelli che, come me, hanno la possibilità di vivere in una comunità parrocchiale, quando a sera arriva il momento di aprire la porta della canonica, non trovi nessuno ad attenderti, a consolarti o che ti chiede: “che hai fatto oggi?”. Ma noi, e non solo i preti, questo vuoto, se così lo si può chiamare, lo colmiamo con la preghiera a Dio. A quel Dio che non ci lascia mai soli, ma che è più facile incontrare quando si è soli.

Ha una sua solitudine lo spazio,solitudine il maree solitudine la morte – eppuretutte queste son follain confronto a quel punto più profondo,segretezza polare,che è un’anima al cospetto di se stessa:infinità finita. Emily Dickinson

Posted by:don Ivan Licinio

Una risposta a "Io sto bene quando sto lontano da me…"

  1. MONACO METROPOLITANO

    di Fausto Corsetti

    Nella società dei tempi folli, veloci, l’unica possibilità che abbiamo, per recuperare la nostra vita e sottrarci alla quotidiana sopravvivenza, è diventare protagonisti di una sorta di “monachesimo metropolitano”.
    Una disciplina personale che dovremmo iniziare subito perché è sempre più urgente il nostro bisogno di una pausa, di una sosta.
    Come i monaci potremmo iniziare a dedicare ogni giorno un po’ di tempo al corpo, camminando nella natura; un po’ di tempo alla mente, scoprendo o riscoprendo letture nascoste, dizionari dimenticati ma mai distrutti e un po’ di tempo all’anima, ascoltando il nostro essere più profondo.
    Nell’abbandono dei ritmi frenetici, sarà così possibile lasciare affiorare alla mente parole come umiltà, silenzio, stupore e gioia, parole che per la società di oggi sembrano non avere più alcun significato.
    Addirittura appaiono quasi una provocazione rispetto alle logiche dominanti, dove arroganza, superbia, confusione, indifferenza e disperazione fanno breccia nel cuore dell’uomo.
    Potrebbe sembrare anacronistico parlare di umiltà in tema di uomo contemporaneo, e ancora di più sembra tale l’idea proveniente dall’etimologia della parola chiaramente riferita alla terra, “humus”, appunto. Ma accanto al significato letterale, ce n’è uno traslato dei cui esempi è ricca la storia, soprattutto la storia delle grandi rivoluzioni morali. Pensiamo cosa sarebbe stato l’Occidente senza l’irruzione dell’umiltà di Francesco. Se solo consideriamo i grandi cambiamenti culturali intervenuti nel XIII secolo, a partire dall’organizzazione sociale nelle nascenti municipalità, non possiamo non constatare quanto questa virtù abbia contribuito all’affermazione di una consapevolezza nuova dell’uomo.
    E difatti è proprio a quel secolo che molti studiosi fanno risalire la vera radice dell’Umanesimo.
    Attualizzando il dato dell’umiltà nella cultura contemporanea, facilmente la qualifichiamo in opposizione all’arroganza, quale nota distintiva di una democrazia rispettosa delle differenze, a confronto dei tanti autoritarismi che minano alla base l’armonia del consenso e della pace.
    Ma più ancora attuale è la dimensione del silenzio. Interiore soprattutto. Quella che insegna a guardare in se stessi e a non lasciarsi distrarre dalle apparenze. Il silenzio è un dono che facciamo a noi stessi, ci aiuta innanzitutto a liberarci da questa smania di riempire tutto, ci permette di stabilire una pausa, ci aiuta a recuperare e sottolineare ciò che davvero conta.
    L’uomo contemporaneo è sottoposto ad un bombardamento continuo di stimoli e di comandi, che di fatto finiscono per limitarne una sua libertà sostanziale. L’uomo capace di guardarsi dentro, di fare un po’ di silenzio interiore, si mette al riparo dalle derive mediatiche, dal bruciare la propria vita nell’indistinzione della corrente.
    In un processo di deresponsabilizzazione che di fatto gli impedisce di perseguire i propri legittimi interessi, favorendo al contrario l’adeguamento a ciò che entità remote vorrebbero che si fosse. Insomma, il non abbandonarsi alle mode egemoni è fondamentalmente un efficace antidoto alla massificazione.
    E’ poi più facile pensare all’attualità del valore dello stupore, non solo come meraviglia delle bellezze della natura, ma anche fiducia e interesse per ciò che accade nella storia, deponendo l’abito dell’indifferenza. Una condizione quest’ultima, sulla quale si fonda gran parte del rifiuto sociale e che frena la fiducia nel cambiamento e nel futuro.
    Da ultimo, la gioia, non soltanto come stato d’animo derivante da particolari condizioni, ma piuttosto come energia, vigore morale per non lasciarsi abbattere dalla disperazione e dal dolore. Come base anche di quel pensare colorato che è presupposto del cambiamento e il contrario della rassegnazione di una società non libera e gregaria.
    Il tutto inizierà con un po’ di timore, ma presto questa disciplina ci sorprenderà e ci aprirà un mondo… Sentiremo il silenzio parlarci, vedremo le cose con un’altra chiarezza, le stesse parole che avremo modo di ascoltare saranno più dense, più significanti, porteranno con sé una consistenza nuova e diversa.

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