Quando Gesù chiese a Pietro di gettare le reti forse non immaginava proprio che un giorno il suo Vangelo sarebbe sbarcato sulla Rete. Eppure i suoi discepoli, quelli di ieri quanto quelli di oggi, non hanno fatto altro che essere fedeli al suo mandato di andare ed evangelizzare tutti i popoli, e quello di Internet non fa eccezione. Dal primo messaggio radio di Papa Pio XI, il 23 febbraio 1931, al primo tweet di Papa Benedetto XVI il 12 dicembre 2012, i successori di Pietro non solo si sono preoccupati di lanciare la rete ma di abitarla, animati dalla stessa missione di farsi vicini ad ogni uomo e con ogni mezzo.
Oggi non c’è Diocesi che non abbia un sito Internet, così come da Papa Francesco ai Cardinali, dai Vescovi ai preti di strada, tutti hanno un profilo Facebook o un account di Twitter, o entrambi. La presenza della barca di Pietro, della Chiesa, nel mare 2.0 è oggi una realtà dinamica ed una sfida pastorale affascinante.
Ogni navigatore, però, sa che il rischio del naufragio è sempre dietro la home e perciò bisogna saper navigare. A partire dalla mia esperienza digitale credo si possano fissare quattro indicazioni, o stelle se volete, per non perdersi ed essere pescatore di uomini nel mare magnum di Internet. 

1. Innanzitutto bisogna usare i social e non essere usati dai social. 

Quellomultimediale è uno spazio che va conquistato ma che non deve conquistarci. È un luogo di condivisione e di incontro, mai una vetrina per esporre i manichini di noi stessi, che si presentano e si posizionano a seconda delle mode del momento. Così quando quel prete o quel catechista, utilizza i social per annunciare sé stesso e non il messaggio di Cristo diventa un fake, cioè un profilo falso, e aggiungerei basso. 

2. Seconda stella (a destra) da fissare, è che i social non sono pulpiti né cattedre teologiche. In risposta alla sete di Dio che si incontra nel mondo digitale, bisogna utilizzare un linguaggio accessibile e che possa essere quanto più comprensibile ed immediato. In questo Papa Francesco sta facendo davvero scuola. I registri dei social sono velocissimi e, se vuoi che il tuo messaggio passi, devi scegliere con cura le parole e soprattutto devi essere breve: con Twitter hai solo 140 caratteri. 

3. Un’altra cosa che bisogna capire è che i social non sono sette ma piazze.Nella piazza incontri persone che hanno storie, idee e cammini diversi, e che chiedono un confronto;bisogna perciò usare tolleranza e abbandonare il pregiudizio concedendo fiducia anche a quelle persone che sembrano più lontane, a volte anche più scandalose per quello che scrivono o per le foto che pubblicano, perché Gesù ama e cerca anche loro. Inoltre nella piazza devi mettere in conto anche il rischio di essere rifiutato, perché sui social tutti possono dire la loro, a differenza di quando fai la predica. 

4. L’ultima stella, da non perdere mai di vista, ci ricorda che quello dei social, per quanto affascinante, resta comunque un mondo virtuale, un mezzo e mai un fine. Un social non deve riempire un vuoto. Altrimenti si fa danno a se stessi e agli altri. Distinguiamo tra una solitudine cercata, una solitudine fisica e una solitudine patologica, quando una persona ha paura di guardarsi dentro, paura che nessuno pensi a lei. In presenza di questa patologia un social può diventare devastante, perché offre l’illusione di stare con molte persone, mentre in verità non si sta con nessuno.

Resta il fatto che le maggiori soddisfazioni non vengono dal numero dei follower o da quello dei mi piace, ma sempre e soltanto dall’incontro personale con la mia storia e con quella di chi mi sta accanto e che ha deciso, in un modo o in un altro, di condividerla con me. Per questo sono convinto che Gesù oggi sarebbe stato un ottimo twittero e che avrebbe usato i social come uno di noi, anzi di più! Già me lo vedo a fare un selfie con il mio cuore.

Nota: Le vignette allegate sono opera di don Giovanni Berti – http://www.gioba.it
Posted by:don Ivan Licinio

Una risposta a "Rete, reti e preti"

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