Ormai siamo al giro di boa delle feste e già si intravede la routine quotidiana che ci aspetta sull’altra riva del calendario. Ma la liturgia di oggi, invece, sembra volerci riportare con forza alle festività ancora in corso, come a ricordarci che niente finisce ma ora tutto inizia. Infatti, se ricordate, il prologo di Giovanni è stato proprio il Vangelo proclamato il giorno di Natale e oggi, due domeniche dopo quel giorno, ce lo ritroviamo di nuovo fra le orecchie.
Senza dubbio il prologo dell’evangelista Giovanni, per la sua bellezza stilistica e la sua profondità teologica, è un volo d’aquila sul cuore di Dio e sul suo messaggio d’Amore per ciascuno di noi. Ma, personalmente e senza offesa per gli esegeti, mi piace leggerlo oggi come le regole di un gioco. Un gioco fra noi e Dio.
A leggerlo bene il Vangelo di oggi mostra subito un gioco di luci e ombre, anzi di Luce e tenebre. Ma il gioco cui mi riferisco io è più un gioco di alti e bassi, un po’ come sacco pieno e sacco vuoto. Un gioco dove l’Altissimo diventa bassissimo e il Bassissimo diventa altissimo.
“Il Verbo si fece carne”: l’Altissimo diventò bassissimo.
È questa la prima parte del gioco: Dio, l’Onnipotente, sceglie di incarnarsi nella debolezza della carne. Il Verbo che tutto creò si fa creatura, si abbassa, fuorché nel peccato, ai livelli dell’umanità. Ne condivide speranze e dolori, limiti e grandezze, fragilità e potenza. Ma fa di più. Nel mistero del Natale noi non solo contempliamo l’incarnazione di Dio ma la sua fiducia nell’umanità. Dio non solo è uomo fra gli uomini ma è Dio nelle mani degli uomini. Nell’abbraccio della Vergine Maria al bambin Gesù c’è tutta l’umanità che stringe a sé la debolezza di un Dio piccolo, fragile e indifeso come un bambino. In quel bambino l’Altissimo diventò bassissimo, per Amore; un Amore insondabile, indescrivibile, inimmaginabile che ancora oggi, dopo duemila Natali non abbiamo ancora compreso del tutto. Abbiamo chiesto a Gesù di scendere dalla croce per credere al suo nome, quando invece la sua discesa fra le nostre bassezze era già avvenuta quella notte a Betlemme. La croce è stata l’unica altezza di uno che voleva restare piccolo, basso. Un’altezza necessaria per quanti non avevano accolto il Figlio dell’uomo con il cuore di Dio.
“A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”: il Bassissimo diventa altissimo. 
Gesù incontra il nostro limite, le nostre infedeltà, la nostra natura fragile e ci innalza alla dignità di Figli di Dio. Capite? In questa parte del gioco noi siamo altissimi perché figli del’Altissimo che, diventando bassissimo, ha accolto e sanato le nostre bassezze. Noi avevamo innalzato Cristo sul trono della croce e Lui innalza noi accanto al trono del Re dell’Universo. Siamo figli di Dio, cosa ci serve più? Quale aspirazione può essere più grande di questa? Nessuna. Natale è riconquistare questa dignità perduta. La dignità di essere innanzitutto figli amati da Dio, non uomini e donne soli, ma figli amati fin dall’eternità e per l’eternità. Come ce lo deve dire più Dio? Ma essere figli di Dio comporta pure la responsabilità dell’umiltà: siamo i figli e non il Padre, siamo le creature e non il Creatore. Ricordiamo le regole di questo gioco a tutti; ritorniamo a giocare insieme la vita con lo stesso sorriso di un tempo.
Senza mai guardare gli altri dall’alto verso il basso perché solo chi, come Dio, guarda gli altri dal basso verso l’alto è capace poi di vedere il Cielo.
Posted by:don Ivan Licinio

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