Era il solito sabato sera. E come ogni sabato, usciti dalla messa, con mamma, papà e la nonna passeggiavamo nella piazza antistante la chiesa. Ricordo che non lasciavo la mano di mamma neanche per un’attimo. Per me, piccolo quanto la gamba di mio padre, la piazza era troppo grande e dietro ogni siepe poteva nascondersi il solito mostro pronto a portarvi via. Mi guardavo intorno sempre impaurito, pronto a difendermi in qualsiasi momento. Quei maledetti mostri! Che poi ero l’unico a vederli. Se la prendevano solo con me. Mi facevano sentire solo.

Comunque il mio sabato sera era così. Il mio solito sabato sera.

Ma ben presto mi accorsi che quel sabato non rientrava nel solito programma.

In piazza c’erano degli uomini strani. Chi erano? Alleati dei mostri? Avevano un vestito lungo e bianco, come il vecchio pigiama del nonno, e una sciarpa viola che però non portavano intorno al collo, ma aperta lungo il corpo.

Uno di questi era talmente alto per me da non poter vedere il colore dei suoi occhi. Ben presto mi accorsi che mamma aveva impostato la rotta proprio verso quest’ultimo, trascinandomi dietro di lei. Cercai di valutare la situazione, ma il sorriso dei miei genitori non mi permetteva di pianificare la strategia. Cosa avrei dovuto fare? Difendermi o attaccare?

Ormai l’obiettivo era vicino, così decisi di interpellare i miei servizi segreti: «Nonna, chi è quel tipo alto?» E la nonna, già rapita dalla scena e senza guardarmi disse: «Questo è un prete!». Questo? Accidenti! Non mi ero accorto che nel frattempo avevamo raggiunto il tipo. Sentendosi stringere la mano più forte, mamma, confermò la tesi dei servizi segreti e cominciò a spiegarmi che quella persona era un sacerdote che stava lì in piazza per confessare le persone. Mentre la mamma stava finendo di parlare, mi accorsi, con la coda dell’occhio, che sua altezza stava per rivolgermi la parola: «E tu come ti chiami?». Avrei voluto dirgli “Francesco”, ma non me la sentivo di rivelare subito la mia identità, così lo misi alla prova.

«Ma i preti non stanno in chiesa?» domandai alla sua cintura, visto che non riuscivo a vederlo in faccia.

«Certo» mi rispose lui. E la sua voce sembrò un’eco arrivata da chissà dove.

«Ma la chiesa è così alta?». Lo avevo scoperto! Sapevo che c’era qualcosa che non andava in lui. Non poteva essere un prete vero. Di quello che conoscevo io, riuscivo a vedere il colore degli occhi. E mentre aspettavo orgoglioso di assistere alla resa di sua altezza, non mi resi conto che si stava preparando per me uno di quei momenti che restano incastonati nella memoria come un diamante, per sempre.

Sua altezza cominciò ad abbassarsi velocemente. Fu un gesto così repentino e inaspettato che mi costrinse a fare un passo indietro. Alzato lo sguardo mi ritrovai faccia a faccia con lui. Eccoli i suoi occhi, li aveva! Di un celeste cielo intensissimo.

E mentre mi stavo convincendo che forse sua altezza era veramente un prete, questa volta con voce più calda mi disse: «La Chiesa non è alta. Non è lontana da te. La Chiesa sarà sempre alla tua altezza. Tu sei la Chiesa».

Mi tese la mano ed io, con spontaneità e coraggio insieme, lasciai per la prima volta quella di mamma, per stringere la sua. La piazza non mi faceva più paura. Mi sentii forte perché importante. «Al diavolo i mostri! – mi dissi fra me – io sono la Chiesa!».

Non capivo, allora, quello che dicevo, ma se oggi mi chiedi qual’è stata la prima volta che mi sono confessato, ti racconterò questa storia.

Era il solito sabato sera, ma in quel giorno decisi di voler crescere. Dentro.

Posted by:don Ivan Licinio

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