Il fatto è che tante volte non ci accorgiamo delle cose più piccole e banali.

Ho un’amica che lavora in un forno e spesso vado a trovarla. A parte che ogni volta mi ritrovo farina dappertutto, la cosa più bella è vedere il pane. Le innumerevoli forme del medesimo elemento. Una cosa semplice, povera ma che a volte diventa una poesia. Così, ad esempio, ti metti a pensare. In un giorno di pioggia, in un’ora libera ti metti a pensare, e a scrivere.

Non c’è cosa più semplice del pane, non c’è cosa più buona del pane e non c’è cosa più essenziale del pane. C’è chi dice che tutto quello di cui abbiamo bisogno è un pane. È vero. Gesù stesso scelse la Casa del pane (Betlemme) per nascere. Eppure, dite quello che vi pare, ma a me, tra le innumerevoli qualità e forme di pane, quella che mi colpisce è la sua parte più insignificante: le briciole. Si proprio quelle. Quella parte piccola e marginale del pane. Anche loro una volta facevano parte del pane, prima di essere tagliato o spezzato. La loro unica colpa è quella di essere fragili. Sono quelle che ti ritrovi ovunque, che si infilano dappertutto e che puntualmente vengono buttate a terra. Eppure anche loro sono pane, sono segno del pane perché dove vedi una briciola c’è o c’è stato del pane.

Tante volte da bambino, ancora adesso, mi diverto a disegnare con le briciole. Su una bella tovaglia imbandita le trovi lì, pronte a diventare quello che la tua mente desidera. E allora eccomi lì, con il dito d’artista, a prendere quella più grande, quella con una forma strana o quella piccolissima che ti serve a riempire un contorno, una linea. Gli altri parlano fra loro, io mi diverto con le briciole. E loro sembrano gradire.

Allora mi chiedo: quante volte siamo briciole? Sì, briciole. Briciole di un mondo che ci ha buttato via solo perché deboli, indifesi, fragili. Briciole perché gli altri ci considerano inutili eppure siamo fatti della loro stessa pasta, anzi del loro stesso impasto. Briciole perché impotenti e spazzati via di fronte all’assurdità della vita e dell’uomo. Pensi così e ti vedi sul pantalone di uno che ha mangiato un panino al volo e che tra poco si alzerà consegnandoti così alla terra e alla sua crudeltà e freddezza.

Oppure hai un’altra possibilità. Giocare. Sì, farti prendere dal dito dell’Artista e diventare qualcosa di più di una semplice briciola, di uno scarto involontario di pane. Insieme alle altre potrai diventare il sorriso di un bambino, la consolazione nella solitudine, il sollievo nella sofferenza. Tutto sta nell’affidarti all’Artista e nel non restare solo. Solo una briciola.

Posted by:don Ivan Licinio

2 risposte a "Briciole"

  1. Spesso siamo briciole anche perché ci accontentiamo di esserlo senza puntare in alto, senza ‘prendere il largo’. Ci sta comoda la veste di briciole così facciamo decidere agli altri cosa fare di noi. Penso anche ad un episodio, diventato giornaliero in casa mia: scuotere la tovaglia dalla briciole fuori al balcone e vedere come in pochi istanti tanti uccellini accorrono per nutrirsi proprio di quella briciole… e così nasce la necessità di farne altre, di rendere briciole anche un pezzo di pane più grande…perché non è importante come si è ma con che cuore ci si dona.. grazie Don Ivan per queste tue riflessioni.

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  2. PROFUMO DI PANE

    di Fausto Corsetti

    I nostri genitori, se ne cadeva a terra un pezzetto, lo raccoglievano e impedivano che qualcuno potesse calpestarlo, anche solo per distrazione.
    Caldo, profumato, croccante e infarinante. Sì, proprio lui… il pane.
    Tutto ciò che ha relazione con la vita desta risonanze profonde in ciascuno di noi. Il sole, l’aria, il vento, la pioggia, i cicli della natura e i loro fenomeni sono parte di noi. Anche il pane, simbolo dei nostri bisogni primordiali, richiama questo nostro legame con la terra e la vita. Viene dal grano, la cui crescita e maturazione rispecchiano il trascorrere delle stagioni, che scandiscono il palpito della terra, il suo respiro vitale.
    Un tempo, si segnava con la croce la pagnotta fermentata prima di metterla in forno e si segnava prima di consumarla. E non era una “devozione privata”, ma il sigillo di una civiltà attenta e rispettosa dei doni della terra.
    Altri tempi, forse, ma non così lontani nella memoria…
    Ne sento ancora la suggestione ed ho un tuffo nel cuore di fronte allo spreco sconsiderato che oggi si fa del pane, e non del pane soltanto. Siamo costantemente immersi nell’”usa e getta”, una ricetta spietata che si applica non soltanto alle cose – cibi, abiti, giocattoli quasi nuovi, cianfrusaglie che il giorno prima avevano incantato lo spensierato acquirente – ma anche ai rapporti umani più intimi e coinvolgenti. Consumiamo e basta; senza neppure attardarci a cogliere il gusto, il profumo della vita e delle cose che ci circondano.
    In questo senso lo spreco del pane è una metafora della civiltà d’oggi. La mentalità del nostro tempo pone al vertice delle ambizioni il possesso delle cose, di troppe cose, trascinandoci pian piano in una spirale di ingordigia insaziabile che toglie la serenità del cuore. Da questa insaziabilità allo spreco il passo è breve. Lo spreco, infatti, non impressiona più; le città rischiano di soffocare sotto montagne di rifiuti, detriti di una cultura che offende l’intelligenza e insulta chi quotidianamente vive di stenti.
    Al mattino presto, camminando in città, mi capita di osservare persone impegnate nella ricerca nei cassonetti delle immondizie: sono l’emblema della sconsideratezza della nostra società, opulenta e sprecona, che sembra avviarsi così disinvoltamente al declino.
    Significativamente, tra quei rifiuti finiscono ogni tanto, senza che ne proviamo sufficiente orrore e vergogna, anche neonati “gettati via”. La vita come il pane, tra le immondizie.
    Nel silenzio… in disparte dovremmo interrogarci pesantemente e riflettere.
    Il lievito ha bisogno di tempo, di un tempo lungo, adeguato, per fermentare e far crescere la pasta che diventerà pane buono. Solo dopo, di primo mattino, mentre la città ancora dorme, il fornaio si alza, come sentinella, e mette sul fuoco quell’impasto pallido che porterà profumo, calore, colore alla nostra tavola.
    Non c’è rumore intorno. Occorrono tempo, spazio, silenzio perché si compiano le trasformazioni importanti che mutano l’esistenza. Allora, soltanto allora, saremo in grado di vedere le cose con lucidità, di compiere ciò che la vita chiede, di assaporare un pane buono, ben cotto, fatto per essere spezzato e soprattutto condiviso.

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